Quel dolcissimo fiore... - Retrospettiva su Ano Hana




 "Quel sorriso mi era entrato dritto nel cuore... Pensai che sarebbe bastato chiedere scusa l'indomani, ma l'indomani non arrivò mai più..."



 Come porsi di fronte a opere come "Ano Hana - Ancora non conosciamo il nome del fiore che abbiamo visto quel giorno" (questo il titolo completo dell'anime)?

Difficile, difficilissimo. O forse no.

Di certo è emblematico che questa miniserie (di soli 11 episodi) sia la prima che a tutti gli effetti abbia seguito da molto tempo a questa parte, assieme a "Tokyo Magnitude". Emblematico, dico, perchè di certo questo anime sembra racchiudere tutti i motivi che mi hanno sempre spinto ad essere un "otaku", un fanatico di manga e anime. Il brutto periodo passato ha avuto su di me anche l'effetto di ridurre drasticamente l'assiduità con cui seguo le mie passioni. Ha coinvolto un po' tutto, dal cinema ai fumetti, dalla letteratura agli anime. A parte, insomma, le opere di Hayao Miyazaki e i capolavori di Satoshi Kon (probabilmente il vero ponte con cui ho mantenuto un minimo di contatto con l'arte visiva animata giapponese negli ultimi anni), mi ero perso nei meandri dell'apatia, seguicchiando poco le nuove opere che il sempre fiorente mercato del Sol Levante proponeva. 

 Ma come spesso accade, con l'uscita (più o meno) dallo stato di stordimento che la depressione riesce a creare, la voglia di recuperare il tempo perduto esplode con una certa prepotenza. Ano Hana è stata un pugno nello stomaco. Nel senso buonissimo della frase, poichè riavvicinarsi a un media tanto amato dopo tanto tempo tramite un'opera del genere, ha avuto, probabilmente, un effetto deflagrante nel mio animo.




 La trama dell'anime parla di un gruppo di bambini inseparabili, che si danno il nome di "Super Busters della Pace". Ma la drammatica morte di una di loro, Meiko Honma, detta "Menma", provoca l'inevitabile disgregazione della loro amicizia. Ormai adolescenti, si son quasi tutti persi di vista, ognuno ha seguito strade differenti. Jinta in particolare, ha abbandonato il liceo, vive come un recluso, asociale, introverso, anaffettivo e apatico, con solo il padre, poichè ha perso anche la madre. Ma è proprio a lui che, in una calda giornata d'estate, appare, come se nulla fosse, la sua amica Menma, cresciuta e apparentemente inconsapevole del suo non poter essere lì. Se inizialmente Jinta (il cui nomignolo è Jintan) taccia l'accadimento come una manifestazione del suo stress, presto si renderà conto che non è affatto così. Menma sembra esser tornata, in forma di fantasma forse, per chiedere ai Super Busters della Pace di realizzare il suo desiderio più grande, ma che nemmeno lei riesce a ricordare. Si darà il via, quindi, al problematico riavvicinamento dei cinque amici, poichè tutti loro, oltre che la difficoltà di credere a una storia tanto assurda (solo Jintan è in grado di vedere e sentire Menma), si ritroveranno ad affrontare un passato che, scopriremo senza eccessiva sorpresa, non sono mai, mai riusciti a lasciarsi completamente alle spalle...






 Anzi...l'improvvisa ricomparsa del nome di Menma nelle loro vite provocherà un vero tsunami emozionale, che metterà a dura prova le armature e i muri che ognuno di loro ha costruito attorno a sè per poter andare avanti. Le tensioni, le parole mai dette, i segreti custoditi da ognuno si riverseranno come un fiume in piena, travolgendo tutti gli altri e loro stessi, in un susseguirsi di lacrime, ricordi dolorosi e situazioni divertenti. Ma l'opera prodotta da A-1 Pictures e diretta da Tatsuyuki Nagai non ha la minima intenzione di essere etichettata come una di quelle storie strappalacrime facili, dove si inseguono facili sentimentalismi. Anche per la sua natura di miniserie, non può certo permettersi il lusso di tirare per le lunghe, ed ecco quindi sbocciare un'opera dalla regia assolutamente precisa, dove nulla è lasciato al caso. Senza dubbio alcuno Ano Hana è una storia toccantissima, velata da emozioni come malinconia e tristezza, e le sequenze narrative a base di lacrime sono all'ordine del giorno. La preponderanza di note del pianoforte nella colonna sonora non è certo un caso, note che vanno a pizzicare corde emotive ben precise.  Ma è soprattutto una novella di libertà emotiva, una storia che chiunque abbia provato perdite importanti conosce fin troppo bene. Perdere qualcuno che si ama così profondamente, al quale siamo legati, vuol dire perdere una parte di noi stessi. E non sono perdite che si possono affrontare da soli. 



 Nessuno dei personaggi che ci vengono presentati, infatti, ha mai più riaffrontato l'argomento della morte della loro amica, in quel lontano giorno d'estate, e hanno cercato di tirare avanti, quasi come se nulla fosse. Ma persino gli apparentemente realizzati  Atsumu Matsuyuki, detto "Yukiatsu" e Chiriko Tsurumi ("Tsuruko"), gli unici Super Busters rimasti tra loro in contatto frequentando lo stesso liceo esclusivo, dall'atteggiamento sbruffone e superiore, dovranno alla fine esternare tutti i loro fantasmi, le loro paure, le loro insicurezze, i loro sensi di colpa. Yukiatsu, ad esempio, scopriamo avere l'abitudine di girare la notte indossando una parrucca argentata, ovvero lo stesso  colore dei capelli di Menma, e un vestito bianco molto simile a quello indossata dalla stessa. 

 Ma l'escalation emozionale porterà inevitabilmente anche a scontri tra i ritrovati amici, con tutte le parole mai dette, i sentimenti mai espressi, gli amori mai rivelati, inaspettati invidie e complessi di inferiorità celati da atteggiamenti di superiorità. Laddove il corpulento Tetsudō Hisakawa, soprannominato "Poppo", da piccolo timido, taciturno e quasi sempre sullo sfondo, sembra essere quello che ha meglio affrontato il dramma, vista la sua irruenza e vitalità, si scopre alla fine che è quello che più degli altri ha subìto lo shock peggiore, avendo assistito alla morte della giovane Menma. Il suo essere totalmente dalla parte di Jinta, il suo credergli senza mai alcun dubbio, i suoi costanti sforzi di mantenere intatta la ritrovata riunione dei Super Busters della Pace, eran tutti dei disperati tentativi di ritrovare un'assoluzione a un senso di colpa schiacciante, dal quale è fuggito anche fisicamente, abbandonando gli studi e girando per tutto il mondo, lavorando sodo per mantenersi.




 Il senso di colpa è, probabilmente, il tema più ricorrente in tutta la durata della storia. Ognuno dei cinque protagonisti si da la colpa per la morte di Menma, o si vergogna profondamente per i sentimenti che provò il giorno in cui la bambina cadde in qualche modo nel fiume, e scomparve dalle loro vite.
 Naruko Anjō ("Anaru" il soprannome che lei aveva nei Super Busters), estremamente attraente e apparentemente all'inizio la classica belloccia provocante, in realtà semplicemente molto influenzabile dagli altri, è da sempre innamorata di Jinta, ma non è mai riuscita a dirglielo chiaramente. Anche quel famigerato giorno, da bambini, nella loro "base segreta" nel bosco, il giorno in cui Menma scomparve, fu lei a creare qualla situazione imbarazzante, in cui volle sapere a tutti i costi cosa Jintan provasse per l'amica. E si è tenuta dentro la vergogna per aver provato sollievo al diniego di lui, di essersi sentita contenta anche solo per un istante di aver ferito Menma...ha convissuto col senso di colpa per averla odiata quando si rese conto, invece, di aver perso Jinta per sempre, perchè nonostante la secca risposta negativa di lui ("A chi vuoi che piaccia una racchia simile?"), capì che in realtà amava Menma.

  Il fitto intrico di rapporti interpersonali tra i ragazzi, insomma, salta fuori, finalmente, nel finale della serie, in cui persino la glaciale  Tsuruko rivela di esser sempre stata invidiosa di Anaru, Yukiatsu di aver sempre sofferto il carisma di Jintan (che ora è pressochè considerato un fallito, al contrario del bello e popolare Yukiatsu), o che lo stesso Jintan, col suo esser privo di emozioni, è alla fine il fulcro su cui ruota l'intera vicenda; il perchè Menma appaia solo a lui ci verrà finalmente svelato, in un'ultima puntata talmente ricca di emotività da avermi obbligato a doverla rivedere poco dopo, senza il velo fosco che inevitabile mi ha coperto gli occhi, velo di liberatorie lacrime...



Lacrime liberatorie, proprio come quelle che abbondano nell'intera serie. Nel corso degli undici, intensi episodi che compongono Ano Hana, come dicevo, le lacrime scorrono in abbondanza. Ma non sono mai e poi mai fini a loro stesse. I nativi americani avevano un detto:"Piangere è il solo modo per liberarsi del veleno che abbiamo dentro.". Ed è chiaro che i protagonisti di questo anime di veleno ne hanno accumulato un quantitativo talmente elevato da esser in procinto di distruggerli.

 La scomparsa di Menma li ha divisi da bambini. La ricomparsa della stessa avrà il potere di riavvicinarli, di permettere loro di poter finalmente liberarsi di tutte le tossine e i negativi sentimenti che un dramma simile, inevitabilmente, scatena nel profondo. Ma a loro è stata data un'opportunità unica. Chiunque abbia perso una persona cara, probabilmente, conosce l'amara sensazione di non averle mai detto abbastanza. Tutti vorremmo poter avere anche solo un'opportunità di dire un'ultima parola a chi ci ha lasciati per sempre, anche solo dire che abbiamo loro voluto bene. Per dieci anni i Super Busters  hanno affrontato da soli i loro spettri. Solo ora comprendono che da soli non è possibile uscirne. Che un'amicizia così forte non può e non deve essere gettata via; un'amicizia vera trascende qualsiasi cosa...persino la morte. 




   L'opera del regista Tatsuyuki Nagai è a dir poco fenomenale. Una miniserie simile non può, come dicevo prima, permettersi il lusso di perdere tempo per presentare i propri protagonisti. Nagai riesce benissimo nell'impresa di esplicare il carattere dei personaggi in poco tempo, grazie a una magistrale opera di regia e all'ottima sceneggiatura di  Mari Okada. Insieme riescono a pennellare un gruppo di ragazzi ai quali è pressochè impossibile non affezionarsi, come e più che in serie molto più lunghe di questa. La splendida regia arriva addirittura a toccare le sigle iniziali e finali, tra le più belle che io riesca a ricordare, e non solo per merito delle meravigliose canzoni che le compongono, ma appunto anche dalla regia puntuale e strepitosa, tanto da avermi indotto a non volere MAI saltarle, a volerle seguire sempre dall'inizio alla fine in ogni episodio, come quando ero bambino e non volevo mai smettere di guardare il cartone di turno finchè non terminava l'ultima nota della sigla finale. Un'opera davvero meravigliosa, enfatizzata dal delicato character design di Masayoshi Tanaka, che ha curato anche le buone animazioni, nella media di questo tipo di produzioni. La direzione artistica di Takayoshi Fukushima completa il quadro di una serie dotata di ottima fotografia, splendidi colori e dal sapore fortemente "reale", nonostante la presenza di un "fantasma"...perchè forse sarò anche una persona piuttosto sensibile, ma Ano Hana riesce così profondamente a toccare il cuore dello spettatore da non poter non pensare che chi ha curato la narrazione non abbia provato davvero ogni singola emozione raccontata nella vicenda. Inevitabilmente  viene da domandarmi se non sia, in realtà, un racconto personale, un evento realmente vissuto...



  Ammetto che questa possa non essere una delle mie "retrospettive" più approfondite e puntuali, ma ho voluto davvero scrivere d'impeto. Le emozioni che questa grandiosa opera ha scatenato sono state così profonde e sentite, da indurmi a sfruttare quest'unico giorno in cui sono a casa prima di ripartire per le ferie per esternare la gioia vera di aver ripreso in mano una delle mie più grandi e vecchie passioni.

 Ano Hana mi fa capire, una volta di più, il perchè ami così visceralmente l'animazione giapponese, capace di interagire direttamente col Cuore dello spettatore, di non produrre solo lavori destinati alla mercificazione (per quanto divertenti e appassionanti), ma di considerare realmente il media animato come una delle maggiori espressioni artistiche possibili. Ano Hana mi ridonato l'orgoglio di essere un "otaku" (espressione abusata, ma ci siamo capiti). E chi non lo capisce, che rimagna pure nel suo brodo di presunta superiorità. Io continuerò a inseguire sogni dai grandi occhi luccicanti.



 "Quel giorno, il tempo si era fermato. Ora aveva ripreso a scorrere..."



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